Alessandro Broccolo – Life Purpose Coach

Bias cognitivi e Leadership interiore. Parte II di III

7 Settembre 2022

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Nella scorsa puntata abbiamo visto che i bias fanno parte della nostra natura e che in un certo senso ci devono essere.

Abbiamo inoltre detto che se siamo leader, quindi responsabili del nostro mondo interiore, dobbiamo usare i bias (e tanti altri aspetti della nostra vita esperienziale) come strumento evolutivo.

Bene, come si fa?

Ascolto, consapevolezza, comunicazione, libertà, compassione, empatia sono alcune delle parole chiave.

Il coaching può essere di grande supporto.

Se un bias viene accolto, compreso, portato al suo principio diventa uno strumento per evolvere.

Per capire come vediamo quali sono i principali bias. Usiamo il raggruppamento del NEUROLEADERSHIP INSTITUTE con il loro modello Seed:

  • il simile: tendiamo e preferire, a pensare che sia migliore quello che risulta simile al nostro pensiero, tradizione, cultura, mindset;
  • l’espediente: cerchiamo sempre una conferma del nostro pensiero e non lo mettiamo mai alla prova;
  • l’esperienza: preferiamo quello di cui abbiamo già fatto un esperienza;
  • la distanza: ci rassicura quello che è più vicino, che sia geograficamente, temporalmente o mentalmente;
  • la sicurezza: forse il più forte e ovvio. Tendiamo a vedere come giuste le situazioni che ci danno sicurezza.

Ci sono altre classificazioni, ma i pregiudizi di base sono questi.

Quanti di noi si ritrovano in questo elenco o lo riescono anche ad espandere e personalizzare?

Cosa facciamo normalmente? Ammesso che riusciamo a lavorarci, che li intercettiamo, la prima cosa che facciamo è costruire nuovi schemi e abitudini. Quindi ad esempio, invece che buttarci subito in una situazione simile per trovare una soluzione ad un tema personale o lavorativo, cerchiamo altrove situazioni nuove che ci possono ispirare.

E come ho già detto questo va benissimo, continuate a farlo.

Possiamo però fare un passo in più, possiamo entrare nell’origine di questo bias, ad un livello di consapevolezza.

Prima di tutto è facile notare queste nostre distorsioni negli altri e non in noi, il primo passo di accettazione e trasformazione dovrebbe quindi essere fatto a livello sociale, ad esempio nelle aziende. 

Noto un bias in un’altra persona e la supporto nel riconoscerlo ed evolverlo ricordando che:

  • non va fatto notare altrimenti suona offensivo, ci sono delle tecniche da adottare;
  • soprattutto quando notiamo questi stereotipi negli altri, spesso sono lo specchio di quello che proviamo anche noi e quindi può essere un’occasione per lavorare contemporaneamente sulla nostra consapevolezza.

Questo è un primo elemento di accettazione; se i bias sono socialmente accettati e condivisi con l’obiettivo che ognuno di noi sia di supporto all’altra persona perché questa possa evolvere in sé, stiamo creando due forze:

  • libertà;
  • resilienza.

Perché liberta? Perché resilienza?

Il supporto che ci possiamo dare a vicenda non è quello di lavorare su uno schema per superare il bias, ma quello di stimolare la riflessione in ognuno di noi in modo che si accenda quel momento di consapevolezza, quell’insignt, che ci permette di auto riconoscere il bias, lasciarlo estinguere nel momento in cui si presenta e imparare a rispondere alla situazione dalla consapevolezza di chi siamo, dalla ragione.

Qui stiamo parlando di riconoscere che tutti siamo l’UNO divino che si manifesta in varie forme e che tutti agiamo all’interno delle leggi del cosmo e che tutti stiamo semplicemente cercando di unire, di arrivare a rispondere alla nostra chiamata, vocazione, purpose.

In ogni bias, anche in quello che si esprime più brutalmente, c’è la nostra interiorità che vuole soddisfare una esigenza di unione, di amore…ma spesso non lo sappiamo e iniziamo a rispondere a questa esigenza dividendo..quindi ad esempio pensando che “tutti quelli fatti così pensano in quel modo”

Questo crea libertà perché sono semplicemente di supporto agli altri ed a me stesso nel lasciar andare; possiamo lavorare fino a che vogliamo sul pensare e agire diversamente, ma quel seme prima o poi tornerà a germogliare, a meno che con lo lasciamo crescere senza che infesti tutto il nostro raccolto, ovvero tutto quello che possiamo dare a noi stessi ed agli altri.

Questa è resilienza perché non sto cercando di cambiare il mondo fuori, ma sto cambiando dentro.

Quasi sempre noi confondiamo il fuori con il dentro e per scoprire se è così ci sentiamo nell’ultima puntata.

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